Cinemaleo’s Blog

Il cinema è la vita a cui sono stati tolti i momenti noiosi (Alfred Hitchcok)

“Lo straniero”

1946: The Stranger di Orson Welles


Da vedere o rivedere, un film che non può mancare nella filmografia di ogni buon cinefilo.

Orson Welles divenne celebre, ventitreenne, nel 1938 con la trasmissione radiofonica della CBS “The Mercury Theatre on the Air” che comprende anche la famosa puntata su “La Guerra dei Mondi” (mettendo in scena il romanzo di H.G. Wells, convinse l’intera nazione americana che fosse in atto un’invasione aliena): le porte di Hollywood gli si spalancarono. La RKO lo scritturò, e con un contratto che gli dava piena libertà di produzione, direzione, scrittura, interpretazione. Le sue prime opere sono universalmente riconosciute come assoluti capolavori (Quarto potere, ancora oggi da tutta la critica giudicato il miglior film mai realizzato, L’orgoglio degli Amberson, che la RKO cambiò pesantemente in fase di montaggio). Il fallimento commerciale dei due lavori provocò la rottura con la celebre casa cinematografica. Qualche anno dopo il produttore indipendente Sam Spiegel gli affida la regia de Lo straniero (1).

Il meno amato, dall’autore, dei film americani di Orson Welles: sia perché i produttori ne tagliarono una buona sezione sia perché gli fu imposto di dare più importanza al melodramma (i tormenti della protagonista per essersi innamorata di un criminale) che alla denuncia degli orrori nazisti. Anche la critica non ne fu entusiasta (nel 47 La Stampa sostenne che era “il suo film più fiacco”). A distanza di tempo Lo straniero è stato ampiamente rivalutato.

Il film (presentato nel 47 al Festival di Venezia) rientra nel filone noir tanto in voga negli anni 40, ponendo l’accento su due aspetti particolari del genere: il subconscio (celebrati in Io ti salverò e La fossa dei serpenti), l’ospite misterioso in casa (Angoscia, La scala a chiocciola) ma si eleva per dignità di contenuto e ricercatezza formale. Anche se imperfetto è sempre l’opera di un autentico genio del cinema. Basterebbe pensare a come Welles ha saputo utilizzare  lo straordinario bianconero di Russell Metty, palese omaggio all’espressionismo tedesco, e ad alcune memorabili sequenze (l’inquietante gioco d’ombre della parte iniziale, la telefonata con sullo sfondo il block notes sul quale disegna una croce uncinata, l’occultamento del cadavere nel bosco, la finale nella torre dell’orologio con la chiara metafora del «cattivo» ucciso dal tempo). Da sottolineare poi l’originalità dell’impianto del film: giustamente Massimo Caruso osserva “l’idea di un nazista che striscia, perfettamente integrato, nella provincia americana è inquietante” e Gabriele Niola scrive “ambientare un noir anziché nei tipici sobborghi di una metropoli caotica, in un tranquillo paesino di provincia, fatto di giornate di sole e spazi aperti, girare un noir con protagonista una donna, una donna buona e gentile anziché il classico uomo che imbocca la strada della delinquenza per amore di una dark lady, di una donna losca e perduta. Che audacia!”.

Accanto a un, al contempo, lucifero e frastornato Welles, abbiamo nel film due vere e proprie icone di Hollywood: Edward G. Robinson e Loretta Young. Il primo era appena reduce dal trionfo dei due gioielli dell’epoca come La fiamma del peccato di Billy Wilder e La donna del ritratto di Fritz Lang, la seconda -celebre già da un decennio- conquisterà l’Oscar nel 48 con La moglie celebre di Henry C. Porter.

note

(1) Lo straniero fu il suo primo film ad avere successo. Ma sarà La Signora di Shangai a riportarlo veramente alla ribalta, soprattutto per la presenza della diva più celebrata dell’epoca, Rita Hayworth (all’epoca sua moglie). Nel 1948 esce Macbeth. L’ennesimo insuccesso commerciale  allontanerà quasi definitivamente Welles da Hollywood (vi ritornerà nel 1958 per quel capolavoro che è L’infernale Quinlan): Jean Cocteau potrà così scrivere “Orson Welles è un gigante con la faccia da bambino, un albero pieno di uccelli e di ombre, un cane che ha rotto la catena ed è andato a dormire sul prato in mezzo ai fiori”.

scheda

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marzo 24, 2010 - Posted by | cinema-recensioni, classici | , , , , , , , , , , , , , , ,

7 commenti »

  1. Uno dei soliti titoli che prima mi passavano inosservati, e che poi tornano prepotentemente in mente per le frequenti doppie citazioni tra i blogger. La stessa cosa vale per La scala a chiocciola.

    Commento di agegiofilm | marzo 24, 2010

  2. Film prezioso e per più motivi. Certo se i produttori non avessero messo mani sarebbe stato sicuramente ancora più bello…

    Commento di claretta | marzo 25, 2010

  3. La fotografia è da dieci e lode, ma non solo. Contenuto nobile, forma raffinata

    Commento di fabrizio | marzo 25, 2010

  4. Ne avevo sempre sentito parlare, per fortuna la tv satellitare mi ha permesso di ammirare ancora una volta un maestro del cinema

    Commento di peet | marzo 26, 2010

  5. Che dire? Inchinarsi di fronte a un genio è doveroso!

    Commento di lina | marzo 27, 2010

  6. Interpreti perfetti in un film che è ancora godibile, soprattutto per la fotografia e per l’impianto di scene diventate un vero e proprio cult.

    Commento di waksman | aprile 10, 2010

  7. La lavorazione de “La signora di Shanghai” é densa di particolari interessanti. Il film venne girato mentre il matrimonio tra Welles e Rita Hayworth era al capolinea: il regista, astioso nei confronti della moglie, fece di tutto per imbruttirla, ad esempio imponendole di ossigenare la fulva chioma che era alla base del suo straripante sex appeal. Il produttore era tanto inquietato dal decadimento fisico della diva che tenne il film in un cassetto per 2 anni, convinto che i fan della Hayworth l’ avrebbero scansato. Non aveva tenuto conto di una delle regole fondamentali del cinema: se un film ha qualità, prima o poi questa viene sempre riconosciuta.

    Commento di wwayne | febbraio 7, 2011


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