Cinemaleo’s Blog

Il cinema è la vita a cui sono stati tolti i momenti noiosi (Alfred Hitchcok)

“Anastasia”

1956: Anastasia di Anatole Litvak


Alla sua uscita fu inondato da giudizi negativi da parte della critica, ma sbancò i botteghini di tutto il mondo.

Tratto da un testo teatrale di Marcelle e Guy Bolton, è il film che segnò il ritorno trionfale ad Hollywood di Ingrid Bergman dopo l’ostracismo tributatole per la parentesi rosselliniana… e fu incoronata con il secondo Oscar della sua carriera. Troppo adulta per il ruolo… ma è talmente affascinante e carismatica che non lo si nota. Vederla è sempre un piacere: è stata sicuramente una delle più grandi star dello schermo, non solo celebrata diva ma attrice dal talento eccezionale anche in opere discutibili e fallite.

La trama (benché ispirata a fatti reali) non è molto credibile, i caratteri sono solo abbozzati, l’andamento risente della provenienza teatrale (molti dialoghi, poca azione, una certa staticità…) ma la confezione -secondo le migliori tradizioni hollywoodiane- è di lusso, l’utilizzo del cinemascope è accorto, la regia del bravo Anatole Litvak è raffinata, il cast al completo è da ammirare (dal sempre carismatico Yul Brynner fresco di Oscar per Il Re ed Io, a Martita Hunt in una eccezionale caricatura della dama di compagnia, all’illustre Helen Hayes, al perfetto  Akim Tamiroff). Ma naturalmente il film si fa vedere soprattutto per la presenza della grande Ingrid.

Interessante l’analisi del film attuata da Filippo Sacchi in “Al cinema col lapis” (Milano, Mondadori, 1958):

“Il film ha tutto, ha la Bergman, ha Helen Hayes, ha la crapa pelata di Yul Brynner, ha tragedia e commedia, lusso e bassifondi, idillio e avventura, ha un dialogo vivo, caleidoscopica varietà di ambienti e di sfondi, colore e spettacolo. Che cosa gli manca?
Gli manca decisione. La via più semplice sarebbe stata di attenersi coscienziosamente all’intrigo iniziale: la truffa in grande stile di un terzetto di russi imbroglioni, un generale, un banchiere e un ex diacono, i quali, sfruttando la voce, persistita a lungo nei centri dell’emigrazione russa dopo la prima guerra mondiale, che la minore delle figliole dello zar, Anastasia, fosse scampata all’eccidio di Ekaterinburg, inventano e istruiscono una falsa Anastasia per mettere attraverso essa le mani sui dieci milioni di sterline dei Romanov depositati nelle banche inglesi. Il film poteva essere il brillante racconto poliziesco di questa truffa: colpi di scena gialli alternati a comici quiproquo, sino allo smascheramento dei compari e alla loro partenza per la gattabuia.
Invece Litvak e i suoi soggettisti, e già probabilmente la signora francese che aveva cucinato per prima questo teatrale pasticcio, lasciatisi accalappiare dai vaghi elementi pirandelliani della situazione, si sono imprudentemente imbarcati nel vecchio gioco delle ambivalenze psichiche. In fondo è un gioco facile, basta incominciare. Anastasia è proprio una falsa Anastasia, o non è per caso l’autentica che, demente .e fatta smemorata in conseguenza delle terribili prove subite, riemerge, attraverso all’ingranaggio stesso della simulazione, alla coscienza del suo passato e della sua personalità? E se è falsa, perché non immaginare che, costretta a entrare in quel personaggio, non finisca per autosuggestione col credere di essere sul serio la vera Anastasia, e quindi praticamente col diventarla? Parimente, estendendo questa catena di psicanalitiche gibigianne si potrebbe fare che Buning a sua volta, preso nella sua propria invenzione, incominci a sospettare se essa davvero non lo sia, per cui a un certo punto il suo lealismo dinastico viene a conflitto con la sua passione. E così via per la nonna imperatrice, la quale la riconosce perché desiderava riconoscerla, perché senza confessarselo aspettava da anni che venisse a strapparla finalmente dalla sua solitudine e dai suoi fantasmi.
Insomma temi e piste ce n’erano a bizzeffe. Gli autori del film le intravedono, a tratti pare che ne seguano una, ma ogni volta si fermano indecisi, quasi impauriti di portar la dialettica dei personaggi alle sue ultime conseguenze…  Sicché se non fosse per la eccezionale entità scenica e personale autorità degli interpreti, in primo luogo Ingrid Bergman, con quel suo modo inimitabile di sfumare emozioni e battute, non so come il film starebbe in piedi”.

scheda

premi e riconoscimenti


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febbraio 5, 2010 - Posted by | cinema-recensioni | , , , , , , , , , , , , ,

5 commenti »

  1. E’ un classico “filmone” degli anni 50 visivamente appagante. Apprezzabile soprattutto per gli attori: c’è poco da fare, quelli di una volta avevano un fascino oggi non più riscontrabile.

    Commento di niger | febbraio 7, 2010

  2. Amo la Hollywood classica e questo film ne è una perfetta esemplificazione. Grande, grandissima la Bergman…

    Commento di waksman | febbraio 8, 2010

  3. Vista la storia raccontata va dato merito al regista di essere stato abbastanza asciutto rifiutando la lacrima facile. E’ vero, Ingrid non aveva l’età per il ruolo… ma che importa? Brava è dire poco.

    Commento di giulinofox | febbraio 9, 2010

  4. Il film è abbastanza datato ma la confezione è bella, il cast fa faville, il finale è ben trovato…

    Commento di giugaro | febbraio 13, 2010

  5. Film bellissimo!

    Commento di bewitchednick | luglio 1, 2011


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