Cinemaleo’s Blog

Il cinema è la vita a cui sono stati tolti i momenti noiosi (Alfred Hitchcok)

“People I know”

2002: People I Know di Daniel Algrant

“’One man show’ per Al Pacino… in una pellicola dolente e crepuscolare” (Il Messaggero), “una struggente parabola metropolitana con sfumature di noir” (Repubblica), “una storia provocatoria e drammatica” (Film.it), “…ha il coraggio di affrancarsi dallo stile narrativo hollywoodiano fatto di banali botta e risposta e un ritmo incalzante, in favore di scene lunghe e meditate, il cui punto di vista e protagonista assoluto coincidono nel formidabile Al Pacino” (Centraldocinema): così la critica per un film che merita d’essere visto per più di un motivo.

Dimenticate Woody Allen, i grattacieli di Manhattan e le musiche di Gershwin. People I Know rappresenta l’altra metà della Grande Mela, quella marcia”, scriveva Tullio Kezich.

Una delle più spietate denunce del malessere che da tempo affligge la società americana (e a cui tutto l’Occidente sembra ormai inesorabilmente destinato). Una profonda riflessione sui sogni falliti, sulle speranze deluse, sulle illusioni infrante, sui desideri irrealizzati e irrealizzabili… in cui molti di noi potranno riconoscersi: impossibile non restare coinvolti dal dramma a cui assistiamo e che Daniel Algrant dirige con maestria (grazie anche all’aiuto di un’ottima fotografia e di un sapiente montaggio), mostrandoci “una città nuda e turpe che nasconde fumerie d’oppio, arrivismo politico, trame e tresche, clan e bande d’affari, ricatti e prostitute da eliminare” (Enrico Magrelli), “un mondo spietato dove l’apparenza è tutto, l’essenza delle persone un dettaglio secondario, i contatti umani pregiata merce di scambio” (Paolo Boschi), “una società in cui nulla più è pulito, e anche il più santo è pronto a tutto per il successo” (Claudia Panichi).

Ma ciò che colpisce maggiormente è la gigantesca interpretazione di un Al Pacino al suo meglio: una performance che non sarà facile dimenticare, una prestazione che conferma un talento straordinario, una strabiliante capacità di impossessarsi dello schermo ma sempre al servizio del personaggio. Magnetico, un giusto posto di primo piano nella storia del cinema.

Uscito in sordina negli Stati Uniti (e con più di un anno di ritardo), prodotto dallo stesso Pacino e da Robert Redford, People I Know si caratterizza anche per la forte critica verso il mondo dello spettacolo e dei mass-media, nonché nei confronti dell’ambigua classe politica e degli affaristi senza scrupolosi: troppi imputati per consentire al film una vita facile (tra l’altro è sparita la scena in cui Al Pacino, in preda all’alcol e droghe, vede crollare le Due Torri).

People I Know procura angoscia nello spettatore che più di una volta è portato a chiedersi, come sottolinea Il Corriere della Sera, «È davvero questo il mondo in cui viviamo?». Benché vi siano due omicidi, il film non è un thriller ma un acuto e tragico  affresco del vuoto della solitudine della disperazione… di tanti esseri umani impotenti nel ribellarsi al vortice di ipocrisia sopraffazione violenza che li avvolge e li sovrasta.

Inquietante al massimo l’ultima scena con una New York a testa in giù.

p.s.

da lodare la presenza di una Kim Basinger non più sex symbol ma, come sottolineato da molti critici, sempre più “solare”.

scheda

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dicembre 21, 2009 - Posted by | cinema-recensioni | , , , , , , , , , , , , , ,

4 commenti »

  1. Raramente ho visto un’America così cupa e disperata. Grande grandissimo Pacino. A Kim Basinger bastano poche scene per abbagliare lo schermo.

    Commento di peter | dicembre 22, 2009

  2. Molti sono rimasti delusi aspettandosi un vero e proprio thriller. E’ invece un drammatico quadro dell’odierna società, un’amara riflessione di una America in decadenza. Al Pacino si conferma un mostro di bravura.

    Commento di streep | dicembre 23, 2009

  3. Perfetta l’immedesimazione di Al in un personaggio complesso e difficile che onora la sua carriera. Kim più radiosa del solito.

    Commento di giordani | dicembre 26, 2009

  4. Una angosciata denuncia dello status quo americano a cui non si può rimanere indifferenti.

    Commento di garrulus | gennaio 20, 2010


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