Cinemaleo’s Blog

Il cinema è la vita a cui sono stati tolti i momenti noiosi (Alfred Hitchcok)

“Nella rete del serial killer”

2008: Untraceable di Gregory Hoblit


I giudizi della critica sono stati pessimi, forse esagerando.

MyMovies: “Truculento e narrativamente inconclusivo”; Spaziofilm: “Un film che si racconta con banalità e poca versatilità”; Ciak: “Il film scivola via senza lasciare brividi e tracce, incapace di mettere in scena fino in fondo l’orrore che vuole mostrare”; Horrormovie: “Il regista non riesce ad infondere all’opera quel tocco di personalità che avrebbe potuto far emergere il film dalla massa dei prodotti analoghi”.

Sicuramente non è un film che resterà nella storia, ma come discreto thriller funziona: musica non invadente, ritmo non male, montaggio appropriato, fotografia livida che rende bene l’atmosfera, conduzione degli attori buona. Ottima poi la protagonista, una sottovalutata Diane Lane (appartiene a quel gruppo di attrici talentuose che Hollywood tende a non valorizzare come meritano, vedi Marisa Tomei, Robin Wright Penn, Linda Fiorentino…).

Come notato da più parti, Nella rete del serial killer fa parte di quel filone, oggi molto di moda, di torture-movie caratterizzati dalla spettacolarizzazione del dolore e della sofferenza psicologica e dalla escogitazione di elaborate trappole di morte architettate in luoghi angusti e anti-igienici”. Ma il film non si limita a questo.  Ha il merito di denunciare la superficialità, il pericoloso voyerismo, l’insensibilità di tanti di noi… nonché il pericolo che si annida nelle moderne tecnologie.

Più vicino al genere dei thriller psicologici che a quello degli horror splatter, il lavoro presenta difetti soprattutto in una sceneggiatura un po’ frettolosa e sbrigativa (finale troppo rapido, scoperta del colpevole non delineata con una sufficiente suspense…). Pregi da non sottovalutare: la mancanza della solitamente immancabile e incongrua love story (con relativi amplessi), le motivazioni dell’assassino tutt’altro che banali e che fanno pensare.

Gregory Hoblit non firma certo la sua opera migliore (è il regista di uno dei migliori thriller degli ultimi anni, Il caso Thomas Crawford), opera non esente da stereotipi e cliché, ma è indubbia la sua abilità di catturare l’attenzione dello spettatore.

Come giustamente nota Daniele De Angelis Hoblit non ha la pretesa autoriale di sfornare un saggio sociologico sulla crudeltà e sulla sete inappagabile di violenza insita nella società contemporanea globalizzata…; però, e non è un paradosso, finisce con l’essere maggiormente efficace un sottotesto inserito in una chiara cornice hollywoodiana piuttosto che un’ intera opera strenuamente protesa alla dimostrazione di una teoria”. Chari la critica alla società dello spettacolo e l’intento di descrivere un fenomeno ormai dilagante (e che andrebbe approfondito): la violenza che ci attrae, vista come puro e semplice show da gustare.

p.s.

il film ci pone l’inquietante interrogativo come e se limitare la libertà perché non diventi libero arbitrio.

scheda

sito ufficiale

dicembre 6, 2009 - Posted by | cinema-recensioni | , , , , , , , , , , ,

3 commenti »

  1. Impossibile non pensare a “Il cartaio” di Dario Argento ma questo gli è superiore (non è che ci vuole molto…)

    Commento di giada | dicembre 7, 2009

  2. Non so dove l’ho messo, ma mi pare di averlo registrato quando “Saw” mi pareva carino… Saluti.

    Commento di agegiofilm | dicembre 7, 2009

  3. Peccato, lo spunto era buono ma, come dici tu, la sceneggiatura lascia a desiderare. Comunque è un piacere vedere Diane Lane, veramente brava.

    Commento di gianfrancosplit | dicembre 8, 2009


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