Cinemaleo’s Blog

Il cinema è la vita a cui sono stati tolti i momenti noiosi (Alfred Hitchcok)

“Il papà di Giovanna”

2008: Il papà di Giovanna di Pupi Avati

Molti i giudizi positivi: un film “che sceglie di parlare al cuore prima che alla mente, dove la Storia – quella con la S maiuscola – non è oggetto della narrazione ma dolceamaro contrappunto al dramma individuale dei protagonisti” (Andrea Vesentini), “Quanta ricchezza in questo film. Intensi l’idea, la storia, i personaggi e anche gli interpreti” (la Repubblica), “…il più bello tra i film di Pupi Avati” (Il Giornale), “…un film bello e dolorosissimo” (L’Unità), “Una storia forte e malinconica, intima ma capace di raccontare il mondo di oggi” (Avvenire).

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Una ricostruzione d’epoca perfetta, una cura quasi maniacale del dettaglio: un plauso a scenografo, costumista, truccatori. Un plauso a Pupi Avati nel presentarci il “ventennio” senza le sbavature e le forzature a cui il nostro cinema ci ha abituato. Prima di lui solo Ettore Scola (Una giornata particolare) aveva saputo ricostruire quel periodo senza caricature ed eccessi, un periodo in cui molti italiani erano in buona fede convinti della bontà della dittatura e non tutti erano mostri sanguinari o macchiette ridicole. Avati non commette l’errore di tanti intellettuali usi a ritrarre il fascismo come una realtà estranea all’Italia, quasi proveniente da un altro pianeta: settanta-ottanta anni fa i nostri genitori, i nostri nonni erano in maggioranza fascisti (chi per convinzione, chi per convenienza, chi per pigrizia, chi per trasformismo, chi per indifferenza…) : se non se ne prende atto non si fa un buon servizio alla storia e soprattutto non aiuta ad evitare un ritorno più o meno mascherato di qualcosa di simile. Alcuni hanno rimproverato ad Avati di presentare un fascismo dal volto umano accusandolo di una forma di revisionismo: niente di più sbagliato. Come nota giustamente Fabio Ferzetti “la lunga fucilazione di Greggio, pronto a rinnegare tutto per salvare la pelle, sintetizza il giudizio morale su una stagione”.

Silvio Orlando, professore umile ed onesto, ma frustrato nevrotico timoroso e pronto a ogni compromesso per evitare umiliazioni e sofferenze alla figlia, è veramente straordinario in un ricco e profondo ritratto di grande umanità, perfetto “esempio di paternità appassionata e insieme malata” (La Stampa). Alba Rohrwacher è formidabile nel difficile ruolo della ragazza poco attraente, labile psicologicamente, corrosa dalle ambizioni del padre (soffocata dal suo amore e dal suo essere eccessivamente protettivo). Francesca Neri, parrebbe non avere il fisico per interpretare una casalinga disillusa, una madre distante distaccata diffidente (“chiusa nella sua inutile bellezza” Il Messaggero), amata e odiata dalla figlia: ha modo invece di confermare ancora una volta il suo notevole talento disegnando con maestria una figura non abituale nel nostro cinema.
Ezio Greggio, bonario e ambiguo fascista, è una vera rivelazione (e conferma la capacità di Avati di individuare qualità inaspettate… aveva già “sdoganato” Diego Abatantuono e Carlo Delle Piane).
Tutti gli interpreti (Serena Grandi, Gianfranco Jannuzzo…) andrebbero citati: è raro che un film italiano veda un intero complesso di attori offrire prestazioni che meglio non si potrebbe desiderare, “un lavoro corale, di un cast semplicemente perfetto” (Andrea Giordano).

Ma i meriti del film sono anche altri. Una bellissima fotografia brunita e una splendida colonna sonora che ci immettono immediatamente negli anni Trenta, una trama particolarmente interessante (anche se sgradevole e soffocante) a cui lo spettatore si sente partecipe e massimamente coinvolto, un disegno preciso e puntuale delle eterne piccinerie della nostra piccola borghesia (di ieri, di oggi), un intreccio -complesso e veritiero- di conformismi ipocrisie paure illusioni che sembra appartenere alla cronaca odierna, una analisi seria e intelligente dei rapporti familiari quanto mai attuale, uno spietato (ma al contempo pietoso) scandaglio degli errori commessi in nome dell’amore che non può lasciare indifferenti…

Il papà di Giovanna, dalla cui sceneggiatura Pupi Avati ha ricavato un libro pubblicato da Mondadori, è un ottimo esempio di lettura del presente alla luce del passato, una analisi toccante e sincera (misurata e pudica, equilibrata e delicata) di un orribile fatto (patologico e apparentemente immotivabile) che induce a riflettere e a mettersi in discussione: “il film forse più bello, certo più padroneggiato e maturo” del regista bolognese (Corriere della Sera), maestro nel raccontare i nostri errori senza condannarci ma cercando di capire.

p.s. L’unico difetto del film è, a mio parere (ma non solo), il finale, banale e semplicistico.

pubblicato su Cineocchio

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settembre 25, 2009 - Posted by | cinema-recensioni | , , , , , , , , , , , , , , ,

2 commenti »

  1. Acuta e spietata analisi di rapporti familiari con uno sfondo storico ricostruito alla perfezione. Uno dei migliori film di Avati con un cast tutto da applauso.

    Commento di garrulus | settembre 26, 2009

  2. Profondo e delicato, malinconico e struggente… Un film che porta a riflettere e discutere…

    Commento di cineio | settembre 26, 2009


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