Cinemaleo’s Blog

Il cinema è la vita a cui sono stati tolti i momenti noiosi (Alfred Hitchcok)

“Il Tesoro della Sierra Madre”

1948: The Treasure of the Sierra Madre di John Huston

Esattamente due anni fa il centenario della nascita del grande regista, alla cui intera famiglia il Moma di New York ha dedicato una retrospettiva dal titolo “The Huston Family: 75 years on film”.

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Frutto del secondo incontro John Huston / Humphrey Bogart (gli altri sono Il mistero del falco, L’isola di corallo, La regina d’Africa, tutti film straordinari) Il Tesoro della Sierra Madre fu girato prevalentemente in Messico e costò a quei tempi la strabiliante cifra di 3 milioni di dollari.

Tratto dall’omonimo romanzo di Bruno Traven il film racconta la ricerca di un tesoro compiuto da tre disperati ed è essenzialmente un affresco del lato peggiore degli uomini, una spietata analisi della avidità umana e degli effetti nefasti di una improvvisa ricchezza. Una discesa verso gli inferi e verso la follia descritta con maestria da un grande regista e sostenuta da attori eccezionali (Walter Huston, padre del regista, vinse l’Oscar; Bogart è da lodare anche per il coraggio di affrontare, all’apice della fama, un ruolo nettamente negativo). Un bellissimo bianco e nero dal grande respiro e che resiste egregiamente al passare del tempo.

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Indicato da più parti come uno dei cento film più importanti della Storia del Cinema, Il Tesoro della Sierra Madre fu tra  i primi ad essere girati nei luoghi reali (inizia il superamento della ferrea regola dello Studio system che voleva che tutto fosse girato in interni).

Nel 1948 al Festival di Venezia Max Steiner fu premiato per la miglior colonna sonora. Lo stesso anno il film ebbe tre Oscar: miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior attore non protagonista.

Di lui hanno detto:
Alessandro Izzi: Probabilmente “Il tesoro della Sierra Madre” è, tra tutti i film di John Huston, quello che permette meglio di mettere a fuoco quelle che sono le ossessioni costanti di tutta la poetica del regista americano: la ricerca dell’avventura fine a se stessa, il ritratto di un gruppo di outsider completamente estranei ad ogni forma di norma sociale e, non ultima, la definizione di una situazione estrema entro la quale i protagonisti finiscono per disegnare le coordinate di un microcosmo molto ben definito.
Massimo Sebastiani: “Ho scavato in Canada, nell’Alaska, e nel Colorado: mai visto un cercatore d’oro morire ricco”: se l’osservazione dell’avidità umana si è mai avvicinata alle profonde radici animali della lotta alla sopravvivenza in cui affonda, difficilmente il cinema ha saputo mostrarlo meglio di quanto abbia fatto con questo film, che ha la forza di un classico del muto (James Agee) e il mestiere di un regista abituato a lavorare a qualsiasi latitudine e a domare qualsiasi studio o divo, sempre con l’occhio vigile e curioso di fronte ai propri personaggi che lottano fino allo stremo per una sconfitta certa.
Mario Sesti: L’unico regista che abbia fatto vincere con i suoi film un Oscar al padre (Walter, veterano delle scene e del cinema sin dagli esordi, che lo ebbe per questo) e alla figlia (Anjelica, che lo ottenne invece per “L’onore dei Prizzi”). Il finale, più celebre e riuscito del film, corona una pellicola fatta di scazzottate, colluttazioni animalesche, bivacchi, deserti, camicie luride e sudate.
Maurizio Imbriale: Il film ha il respiro del grande racconto d’avventura che resiste al passare del tempo.

scheda

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agosto 5, 2009 - Posted by | cinema-recensioni, classici | , , , , , , , , , , , , , , , , ,

1 commento »

  1. Humprey Bogart è un vero mito e questo bel film lo conferma: uno dei migliori ritratti sull’avidità umana.

    Commento di streep | agosto 6, 2009


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