“M. Butterfly”
1993: M. Butterfly di David Cronenberg
Uno dei film più discussi di un regista che ha sempre puntato sul doppio e sulla metamorfosi, sulla mutazione e sul visionario, sul paranoico e sull’autodistruzione, sul sensazionale e sullo stupefacente.
Per quanto incredibile possa sembrare siamo di fronte a una storia realmente accaduta. E probabilmente «l’incredibile» ha attirato un regista anomalo e anticonformista come David Cronenberg che ha realizzato un film che sembra molto diverso da quelli a cui ci ha abituato (si pensi ai bellissimi Inseparabili, Il pasto nudo, La mosca, Spider, A history of violence, La promessa dell’assassino… «sgradevoli» e quanto mai inquietanti) . Sembra… ma sotto la parvenza abbiamo il Cronenberg che conosciamo bene: giustamente infatti il Morandini sottolinea come il regista “si dedichi all’analisi di una passione impossibile e straziante mettendola in immagini come un incubo o un’allucinazione”.
In breve la trama (essenziale accennarvi per seguire quanto scriviamo): René, funzionario dell’’ambasciata francese a Pechino, s’innamora di Song Liling, attore dell’Opera di Pechino specializzato in ruoli femminili credendo si tratti davvero di una donna. Il primo incontro avviene durante l’esecuzione da parte di Song di alcune arie della Madame Butterfly di Puccini. René è rapito dalla sua voce, dalla sua ambiguità, dal fascino misterioso che aleggia intorno alla sua persona. Diventeranno amanti senza che René si accorga che il suo partner è in realtà un maschio (arriverà addirittura a credere in una gravidanza). René confiderà tutti i segreti del suo lavoro, regolarmente recapitati nelle mani delle autorità di Pechino. Finirà in tribunale che non crederà alla sua storia «incredibile».
Puntando più sull’ «incredibile» love story che sui versanti di spionaggio e controspionaggio il regista ci regala uno dei migliori ritratti che il grande schermo ci abbia offerto, ambiguo e ammaliante: un essere umano con tutte le sue contraddizioni, apparentemente poco plausibile ma in effetti molto vero. Un essere umano che fa convivere realtà e rappresentazione, che s’immerge (non sappiamo quanto consapevolmente) nella finzione, finzione che ci chiediamo se subita o da lui creata. L’intero film è giocato sul fronte dell’ambiguità, e lo stesso titolo può essere interpretato come Madame Butterfly o Monsieur Butterfly. Il finale tragico (sequenza che cinematograficamente risulta essere un gioiello) lascia noi spettatori nel dubbio: René non sopporta la verità che si è scoperta, o piuttosto non tollera di non potersi più rifugiare in un’illusione proprio da lui creata? Scrive infatti Roberto Escobar: “Chi può dire che Song abbia davvero ingannato René? Chi può dire che alla “rappresentazione” non sia stato sospinto proprio da lui? L’ambiguità più profonda del film non sta negli inganni di Song, ma nel desiderio di René d’essere ingannato. Il quale René, più che stupirsi della verità che emerge in tribunale, soffre per il fatto che la rappresentazione sia terminata, che il fantasma sia svanito. Infatti… proseguirà da solo nella stessa rappresentazione uccidendosi in palcoscenico come una Butterfly innamorata” (1).
“Una raffinata parabola sull’intreccio fra arte, vita e teatro” (Stefano Lo Verme), “Un melodramma sulla rappresentazione proiettiva dell’amore e sulla tenacia autodistruttiva delle illusioni” (il Mereghetti – Dizionario dei film 2000), “Una parabola disperata sull’assorbimento dell’Oriente da parte dell’Occidente, del Femminile da parte del Maschile, dell’Amato da parte dell’Amante” (Il Corriere della Sera): tante le interpretazioni che si possono dare a M. Butterfly, ma forse, come sottolinea Repubblica, Cronenberg intendeva semplicemente “raccontare una storia d’amore al di là del sesso”. Storia difficilmente dimenticabile e che vede straordinari protagonisti Jeremy Irons (un mostro di bravura come sempre) e John Lone (bellissimo come uomo e come donna).
p.s.
-Il film si basa sul testo teatrale di David Henry Hwang (autore anche dell’adattamento per lo schermo)
-Bellisimi i titoli di testa che appaiono fra pannelli orientali che scorrono e si sovrappongono
-Sul medesimo tema di M. Butterfly uscirono nello stesso periodo anche La moglie del soldato (1992) di Neil Jordan e Addio mia concubina (1993) di Chen Kaige
note
(1) Illuminante una delle battute essenziali del film: “Perché le primedonne dell’Opera di Pechino sono in realtà uomini? Per permettere agli uomini di immaginarle come piace a loro”.
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luglio 28, 2010 - Pubblicato da cinemaleo | cinema-recensioni | barbara sukowa, cinema, david cronenberg, david henry hwang, film, film review, ian richardson, jeremy irons, john lone, locandina, m.butterfly, recensione, recensioni
5 commenti »
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Effettivamente non sembra un film di D.C. (regista che amo) ma il film l’ho trovato molto interessante
Commento di lina | luglio 29, 2010
“Sono un uomo che ha amato una donna creata da un uomo”: bellissima e significativa conclusione per un film straordinario!
Commento di marcellino | luglio 29, 2010
Molti hanno criticato il film sul piano della veridicità storica, sbagliando a mio parere: non era questo che interessava a Cronenberg…
Commento di dubius | luglio 31, 2010
La figura della moglie ha poco rilievo (per finire poi con lo scomparire del tutto): difetto della sceneggiatura? Probabilmente il regista voleva intendere che una donna reale non interessava al protagonista
Commento di fantasy | agosto 1, 2010
Quanti di noi, almeno una volta nella vita, si rifugiano in una illusione inesistente? Merito di Cronenberg averne fatto la protagonista di un film che potrà anche non piacere ma che merita d’essere visto.
Commento di gianfrancosplit | agosto 6, 2010